cotonfioc

amo pochissime cose e la maggior parte non sono persone

yosoyelarbol

ci sono dodici persone al mondo
e una di queste sei tu

e tutto il resto è colla

oppure siamo la stessa cosa
e quando muovo le labbra
faccio lo stesso suono

dico la stessa parola

tienimi stretto ricordami
e anche nell’acqua profonda
tienimi fermo con l’ancora nella tua bocca
io sono l’albero,
commosso e triste
tu invece amore sei quello che vuoi

Kaiju 8 – L’inferno

Ora ovunque nel mondo ci sono cose abbandonate. Ci sono cose che rotolano spinte dal vento e cose che dondolano stridendo e arrugginiscono. Dove ci sono spiagge ci sono pile di vestiti ordinati. Nel cemento, ovunque, risuona il battito, e dentro il battito c’è solo buio, il caldo e ci siamo tutti. I nostri pensieri sono senza forma, non c’è differenza tra l’oggetto ed il simbolo. Nessuna catena di senso viene costruita, esiste solo una tensione, un cadere lento, che ci tiene uniti, come il momento del risveglio o quello prima di addormentarsi. I giovani e i vecchi, i maschi e le donne, sono tutti la stessa cosa. In un moto titanico la cosa che dorme nel porto oscilla, muovendo una massa d’acqua immensa, crescendo mentre da ogni luogo, tirati attraverso l’acqua, miliardi di corpi la raggiungono e la completano. Le anemoni pulsano nell’acqua, nella schiuma, a ritmo con il battito che fa vibrare i vetri delle case vuote della Maddalena, ed ogni cosa è quiete, nei secoli dei secoli, Amen.

Non è vero!  Nel battito non c’è il buio. Lui si ritrova come chi risale all’improvviso, vomita il calore della cosa come fuori dai polmoni. Ci sono gli altri, è vero, ma non sono che tremiti senza senso, come in quel programma per bambini, si scuotono disperatamente e non riescono a capirsi. Questo è l’inferno, pensa, e la parola gli appare davanti.
QUESTO E’ L’INFERNO, pensa
e la parola si muove tra i corpi disciolti che urlano come un coro greco in canone
L’INFERNO L’INFERNO L’INFERNO
Uno spasmo scuote tutti le menti che si muovono disordinatamente in un rompersi di cristalli, un cadere di stoviglie, tutti i rumori squassanti e i corpi che si agganciano a lui al suo pensiero ancora strutturato, capace di riferirsi ad un oggetto astratto, esattamente alla parola che vede davanti a lui scritta in caratteri che deve costringere ad aver senso
L’INFERNO L’INFERNO L’INFERNO
Una rabbia mostruosa mentre pensa senza immagini all’eternità dentro questo corpo senza pensiero senza forma senza limite come in quel programma per bambini, e con un lacerare di stoffa che si strappa la cosa che dorme nel porto affiora di braccia di gambe che si agitano nell’acqua che si spingono che si stracciano come attraverso una placenta elastica e collosa e poi dalle altezze vertiginose di quella cosa immensa cominciano a cadere i corpi. Alzano spruzzi, ognuno che subito torna a galla artigliando quello che ha vicino e chi viene spinto in fondo e chi stordito da un altro corpo che gli cade addosso.
Ognuno cadendo muove la bocca, e articola senza suono la parola che lui pensava.

Quando finisce tutto il sole è tramontato. Rabbrividendo e camminando sui corpi barcolla verso il legno della banchina. I suoi vestiti sono a brandelli, umidi, come digeriti. C’è una calma surreale in questa moltitudine che galleggia, sopra gli affogati, a perdita d’occhio, nell’acqua incredibilmente calma. Un gemito comune, di dolore, di freddo, di perdita. Chi ha diviso quello che è stato unito? Perché siamo di nuovo soli, in questo mondo morto, e stiamo di nuovo morendo mentre prima eravamo uniti, senza più paura, senza più rabbia, senza più inferno. E si cercano con le mani tese, perché non riescono ancora ad aprire gli occhi, sono tutti bruciati dal sale, e piangono. Sulla banchina, tumefatto e sfinito, c’è un ragazzo che scappa zoppicando, prima che mi vedano, prima che gli tornino le forze, perché loro sono così tanti, e io sono così solo.

Kaiju 7

La febbre continua per qualche giorno, fino a quando non accende neanche più la televisione. Appena lei lo lascia da solo striscia fuori dal letto e cammina nel corridoio, poi per le scale, all’interno del palazzo e negli appartamenti, evitando le finestre. Quando sente che il battito accelera entra nell’albergo dispensa e poi nell’enorme cella frigo. Si siede tra le pile di cibo congelato e cerca di respirare piano facendo nuvolette con il fiato. Quando lei torna lo trova sempre a letto. Le notti sono la cosa peggiore. Ha iniziato a far stridere i denti e a volte lei lo sveglia per farlo smettere. Stanno fermi nel buio quasi assoluto, con le pupille enormi rivolte al niente e i cardiofrequenzimetri sfasati che squillano ad oltranza e il respiro del mostro e non dormono quasi più. Una mattina si sveglia davanti allo schermo del draghetto giocattolo. C’è l’immagine dell’uomo con la coda di cavallo e parlano per qualche ora in bassa definizione. Lui sembra seduto in un ufficio da qualche parte. Soffre per lui, gli dice, prova a fargli ripetere gli esercizi di respirazione ma lui si rifiuta. Stanno un po’ in silenzio e poi lui trova il coraggio di dirgli che vuole andarsene. Lo ripete per un po’ di volte. E’ impossibile tirarlo fuori adesso, è vitale che le posizioni di tutti i partecipanti all’operazione rimangano invariati. Lo vede aggiustarsi gli occhiali nell’immagine sgranata, in bianco e nero, e nonostante questo capisce che sta provando per lui una pena sincera, profonda e paterna. Gli dice di resistere e che possono incontrarsi. Lo faranno mentre lei empatizza con la cosa che dorme nel porto, nel momento più stabile della giornata, in un bar nei vicoli che dalla piazza vanno verso l’interno. E’ un posto che non ha nessuna apertura sulla costa, e si tratta di fare pochi metri in pieno giorno, semplicemente senza voltarsi a guardare. Gli da istruzioni per trovare una piccola scatola blu sul fondo del mobile del bagno, nascosta tra gli stracci e le spugne abrasive. Gli prescrive due delle pillole oblunghe che contiene, più una la mattina prima di tentare la traversata. Le prende con un bicchiere d’acqua e subito si sente stordito e molle come se avesse le ossa di gomma calda. La mattina caracolla giù dalle scale sentendo che il medicinale riduce il suo campo visivo ad un punto strettissimo. Con fatica deve concentrarsi su ogni gradino, poi per trovare la maniglia, poi nella strada di ciottoli. Una bizzarra euforia lo invade. Un vento caldo, intermittente, lo spinge per la stradina, fino alla piazza con la statua di Garibaldi. Sono i posti che ha sognato in macerie, e invece sono intatti, abbandonati, e nel bar gli da le spalle l’uomo con la coda di cavallo. Ha collegato un nintendo al televisore con lo schermo gigante e sta giocando a Tetris. Un pezzo viola si inserisce, forma una linea, la linea scompare con un rumore gratificante. Si accorge che ha i muscoli della faccia contratti, che ha voglia di ridere, ma non sa perché. L’uomo gli parla dandogli le spalle, con la sua bella voce roca che sembra piena di risonanze come il suono di un organo in una chiesa. Dice:
Ho sempre giocato a Tetris immaginando di distruggere un muro. Ora invece immagino di starli salvando. I pezzi sono imprigionati dentro questa scatola, vedi?, e continuano a nascere. La scatola si riempie, ma i pezzi continuano a cadere. Ogni pezzo ha un ruolo, e un tempo per mettersi in ordine e riempire il suo spazio. Ma cosa succede quando sbagli? Meno tempo, più disordine, più spazio sprecato. Il gioco ti chiede di fare ordine, e il risultato dell’ordine è la scatola vuota.

Gli chiede di sedersi, lui lo fa scompostamente, fatica a tenere gli occhi aperti.

Tu sei come me, gli dice l’uomo con la coda di cavallo. Tutti pensano che tu non voglia inserirti, che non voglia aiutare. In realtà è il dubbio che ti rende così. Vuoi solo che ti spieghino davvero quello che stai facendo, lo scopo finale, e allora ci metterai tutto te stesso.

Appoggia il controller del nintendo, si volta verso di lui, gli solleva la testa che ciondolava, costringendolo a guardarlo. Ha gli occhi azzurri.

Vi abbiamo chiesto di perdonare le persone della vostra vita davanti a quella cosa perché sono tutte lì. Tutte le persone che mancano sono dentro quella cosa. Ha tentacoli sottili come nervi, che viaggiano nell’aria e si collegano. Le persone entrano in acqua e piano piano arrivano a lei. Sono tutti lì dentro, gli dice. Manchiamo solo noi. Volevamo che smettesse di crescere così in fretta, abbiamo pensato di educarla a prendervi più lentamente, avvicinandovi a turni, per prendere tempo. Ma non ci arrivano più comunicazioni da nessuna parte, gli dice. E’ dentro il suolo, è in tutte le coste del pianeta, quello che c’è nel porto è solo il suo punto più denso.
Ho avuto paura all’inizio, ma poi ho capito: sarà meraviglioso. Saremo tutti insieme per la prima volta, senza più distanze tra i corpi, senza più differenze nei nostri pensieri.

Prova ad alzarsi dalla sedia, ma l’uomo con la coda di cavallo lo trattiene senza difficoltà, lo accarezza come si farebbe con un bambino che sta per svegliarsi.

Adesso stiamo parlando con la ragazza, gli dice. Ogni volta che le è andata vicino un po’ di lei è stata presa dalla cosa. Lei ha resistito per te, aveva paura di lasciarti da solo. Le abbiamo detto che sei entrato anche tu. E’ una piccola bugia, ma finalmente adesso siamo pronti.

Lo fa alzare come un ubriaco, tenendolo per la vita, si allontanano dal bar sentendo alle spalle la musica del Tetris.

Nel porto ora c’è una decina di persone in fila. Ordinatamente si lasciano cadere in acqua. Lui e l’uomo con la coda di cavallo sono gli ultimi, lo colpisce l’immagine di un film di pirati, il prigioniero che viene spinto dalla passerella.

Cammina sull’asse

Spinge l’uomo con la coda di cavallo e prova a correre ma il capogiro gli fa sbagliare direzione, le gambe gli si piegano, e in un attimo è nell’acqua.

E’ il freddo dell’acqua a svegliarlo, o il panico? Si agita nella schiuma, con gli occhi aperti che dardeggiano e bruciano per il sale. Per la prima volta riesce a vedere davvero quello che ha avuto davanti per mesi. Dietro le metafore e il terrore non c’è un mostro marino pieno di zanne, e nemmeno il kelpie del suo libro di fiabe. C’è una parete verde scura di volti immobili. Su ogni volto cresce pulsando qualcosa che si muove dolcemente come un anemone, e si assottiglia nell’acqua in miliardi di fili rossastri. Gli hanno aderito alle braccia al viso, mentre cerca di strapparli sente che i polmoni gli si riempiono d’acqua e poi c’è un calore e il calore
scompone
i suoi
pensieri
Vuole tornare a galla ma
dov’è?
c’è un calore dolce e ci sono
Altri

Lo cosa che dorme nel porto lo tira a sé, penetra nella sua pelle senza sforzo. Ora è buio.

Sulla banchina del porto l’uomo con la coda di cavallo si sta spogliando. Piega la camicia ordinatamente, si toglie le scarpe di pelle, rimane nudo, pallidissimo, canta una canzone in russo, a bassa voce. Si scioglie i capelli, e getta l’elastico dietro le spalle. Si getta in acqua con una gioia infantile.

“In piedi, dannati della terra,
In piedi, forzati della fame!
La ragione tuona nel suo cratere,
È l’eruzione finale.
Del passato facciamo tabula rasa,
Folle, schiavi, in piedi! In piedi!
Il mondo sta cambiando radicalmente,
Non siamo niente, saremo tutto!

È la lotta finale, Uniamoci, e domani
L’Internazionale sarà il genere umano.”

 

Kali Yuga

Quando avevo dodici anni spostavo già i bicchieri senza toccarli come nei film di Tarkovsky. La mia voce lasciava crepe profonde nel cemento, in quei rami leggevo l’avvento del secolo del dolore. Il silenzio è la mia casa, le mie parole sono gesti. Quando feci il provino alla scuola di mimi di Torino avevo diciotto anni, e nel cortile mi circondarono uomini saggi, e sparsero fiori dove camminavo. Non mi sono mai piaciute le cose degli uomini, ma ho ballato nella televisione, vicino a donne con i seni enormi, per cantare con il mio corpo la canzone del Kali yuga. E’ difficile mettersi nella posizione del loto a settantaquattro anni, con due pezzi di titanio nelle anche e gli occhi coperti dalle cataratte. Oggi che torno dentro il mio corpo di pezza rossa rimango in equilibrio sulla gamba destra, come il toro del dharma, e piego il collo all’indietro per guardare attraverso la mia bocca a mezzaluna.
Davanti a me ci sono due ragazze che ballano e la mia voce arriva dagli altoparlanti e parla in Genovese.
Ora siate testimoni della mia vera voce:

OM.

 

Nel telegiornale parlano della cosa che è successa dieci anni fa, l’esplosione, il chilometro di case rase al suolo tutti i corpi non tanto bruciati quanto lanciati così lontano disseminati più o meno dappertutto come coriandoli dopo una festa. C’è il solito servizio e di nuovo si dice che l’epicentro era lo studio 14 in via Europa. C’è una targa a Cologno Monzese, più o meno tutti pensano al missile intercontinentale. Solo io e te che leggi sappiamo che non è così

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SEASON 5

He overheard one saying we should
turn it up a notch for season 5
like all this thing about the Uni
Is been going on forever
Can’t any of his friend get sick and die
That year the ratings were amazing
or maybe we should try with a crossover episode
so he reached out of his fishbowl universe
tearing out reality itself
he said you t.v. people have no soul at all
ye but really a crossover episode?
what is it the 60’s?

Pesci –

Le parole stanno sul fondo dell’acqua alta e le cose ci tengono a galla. Ora stiamo in superficie di questo stagno profondo e sopra non c’è quasi niente. Quando sono distratto non ho niente da dire: posso solo descrivere quello che succede. Quando sto fermo invece mi spavento per le cose che si muovono nel buio. Forse il resto della vita lo faccio a galla ed è passato il tempo in cui ero un pesce con la bocca enorme, e dentro la bocca una luce, che sembra una lucciola e invece è un’esca.

Scrivetelo nel cielo con le scie degli aeroplani: le parole sono sempre un’esca.

St. Peter’s Butcherbirds – I WRKD A LITTLE IN THE 90’s

I realized nothing I did was ever worth it
and when you told me I thought it was jealousy talking
because I was quite happy of how things turned out back then
I planned my whole retirement on a single radio hit
and I thought I’ll do some telly I’ll get my hairline refilled
bloated face dumb ass parties wine and sleeping pills
but now it seems I have to get a real job
can you imagine that? me, St. Peter!
working side by side with the scum that beat me up in Manchester
with the same fucks that kicked me when I was down
they hit me so hard my right eye turned black and blind

I WORKED A LITTLE IN THE 90’s
NOT AT ALL IN THE 80’s
IF THE 70’s COME AROUND AGAIN
I’LL BE CONSACRATED

Back then every song seemed to be about taking advantage of underage girls
the kind of thing that can get you flayed on a public square today
but we were actually trying to feed on the youth of your sons and daughters
and you can the hide the worst instincts of mankind behind some rocknroll music
now I thought I was relevant felt like I’m relevant discovered I’m not relevant anymore
some fat fuck from Italy writes me an e-mail saying he’ll pay for a whole album

“if you send me the vocals I think I can fix it all at home
I’ve got a proper studio now with a laptop and everything”
“I think it’s the kind of stuff people really dig nowadays”
“+ I don’t think anybody knows you in Italy”

I WORKED A LITTLE IN THE 90’s
NOT AT ALL IN THE 80’s
IF THE 70’s COME AROUND AGAIN
I’LL BE CONSACRATED

St. Peter’s Butcherbird – Andrey Mak died in his late teens

How can somebody as coward as me
Slip through the cogs of this terrifying machine
and come out the other side
still resembling a human being

I lost my edge
I never knew if I had one
Whatever part of me you held
Must have sharpened
‘till it cut your fingers right off

but I want to live without hurting nobody
but I want to live without hurting nobody
but I want to live without hurting nobody
and if that can’t be done I’ll just die

I lost my edge
I never knew I had one
Whatever part of me you held
Must have grown slippery

but I want to live without hurting nobody
but I want to live without hurting nobody
but I want to live without hurting nobody
and if that can’t be done I’ll just die

One of this days my prayers will be answered
a beautiful girl as an angel of vengeance
will say: “you died in your sleep when you were seventeen
and the ocean swallowed the world”

so much pain we have avoided
so much bullshit and lies
and early day desperate
motherly sighs
and gazes down into the raging waters
(why am I so scared of the ocean?)

I’m every girl that you’ve known
all the blow that you blown
every minute you spent looking so far below
wanting to jump into the raging waters
(why am I so scared of the ocean?)

YOU DIED IN YOUR SLEEP WHEN YOU WERE SEVENTEEN
YOU DIED IN YOUR SLEEP WHEN YOU WERE SEVENTEEN
YOU DIED IN YOUR SLEEP WHEN YOU WERE SEVENTEEN
AND THE OCEAN SWALLOWED THE WORLD.

St. Peters Butcherbirds – Nest

And then I grew a cancer in my throat
Not from the countless cigarettes I smoked
at night at dawn never my own and on an empty stomach

But from the time when I moved my neck
As I was trying to kiss
A girl that had made her thistle nest
at the center of my best friend heart
at the center of my best friend heart

because I was so weak and I was so scared
And fear can make you turn so vile
I would have done anything when the dark tide moved in
and I felt that I wanted to die
and I felt that I wanted to die

every day I’ll wake up in this world
pulsing with this evil heat
I’ll say to every person that I met in my life
I’m sorry I tried to kiss you
but I wish I did
I’m sorry I tried
but I wish a did

Kaiju 6

La notte sogna di camminare con lei nella città distrutta. Vede i rottami degli aeroplani da guerra e il fumo denso nella piazza e la statua di Garibaldi miracolosamente intatta tra le rovine. Il grande palazzo dove c’era il cinema è spaccato a metà e dentro acchiocciati come ragni affogati ci sono dei corpi umani. Rompono una vetrina e rubano una bottiglia di vino. Guardano il mare enorme e non c’è più niente che dorme nel porto.

La mattina lo sveglia il fischio del bollitore elettrico ma per un tempo che sembra infinito rimane a letto. Oltre la porta la vede eseguire con calma le posizioni della meditazione obbligatoria, da “riporta la Tigre sulla Montagna” a “prendere un Ago sul fondo del Mare”. Stanno zitti mentre, in una sfrontata infrazione del protocollo, lei accudisce entrambi i draghetti elettronici che le stanno appoggiati davanti con i musi inespressivi e la luce azzurra degli schermi sui loro stomaci e sembrano bambini buoni e silenziosi. Poi gli appoggia le labbra sulla fronte e gli dice che ha avuto la febbre alta. Non c’è stata nessuna bomba e nessun boato. I vetri sono tutti interi e lo ha trovato steso a terra, in salotto, madido di sudore, che guaiva come un cane azzoppato. Ci mette un po’ di tempo a decidere di lasciarlo solo, rimane sulla porta a guardarlo mentre lui stringe gli occhi cercando di ricordare. Quando rimane da solo la casa si riempie della vibrazione del battito o respiro della cosa e per la prima volta lo aiuta a dormire e stavolta non sogna nulla. Dorme come un morto, sprofondato nel materasso, come se pesasse una tonnellata.

Il giorno della sparizione della Corsica lui e suo fratello erano rimasti a bocca aperta davanti alla televisione che trasmetteva immagini surreali delle spiagge di tutto il mediterraneo completamente secche fino all’orizzonte, le navi rovesciate nei porti e nel cielo una specie di tremenda massa elettrica che sfarfallava come la luce veloce e bianca di una discoteca. Si erano accorti di avere entrambi le mani sulle tempie in una nuova posizione, laica, di preghiera. Tutti erano così stupefatti che nessuno aveva spazio dentro per nessun’altra sensazione. E allora aveva lasciato le cose nel piatto ed aveva guidato fino alla scuola media assegnata all’arruolamento prima che chiunque sapesse che cosa gli avrebbero chiesto di fare. Nel palazzo grigio che sembrava una sala elettorale straordinariamente piena lo avevano sottoposto a test bizzarri insieme a una ragazza con i capelli neri. Ad entrambi avevano sorriso e avevano chiesto di rimanere nell’edificio fino alla sera. Gli avevano dato dei braccialetti verdi e chiesto di indossarli bene in vista. Nella sala comune si erano accorti di essere gli unici ad averli. Lei aveva un vestito largo e sottile e quando si alzò di scatto come per andarsene e svenne lui non fece in tempo a impedire che cadesse lunga distesa.